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Produzione e commercio in Terranova tra il XVI ed il XIX secolo

Terranova

Terranova tra ‘500 e ‘600

Mentre tutto l’arco del 1500 è conosciuto come un periodo di grande crisi per  Terranova, a causa dell’indebitamento della città a seguito della ricostruzione delle mura e delle continue scorribande dei pirati barbareschi che aveva messo in ginocchio l’economia marittima, il 1600 segna, tra alti e bassi, una graduale ripresa.

Nel 1606 si registra, rispetto al censimento del 1569, un’interessante aumento demografico con 6724 abitanti, praticamente il doppio nel giro di poco più di 50 anni. Ciò fu innanzitutto permesso dagli importanti investimenti fatti nel territorio intorno la fine del ‘500 dal duca Don Carlo Aragona Tagliavia con risolutive opere idrauliche come la “presa di grotticelle” che permise una maggiore irrigazione dei campi. L’iniziativa portò a raddoppiare la produzione cerealicola permettendo anche l’esportazione attraverso il “caricatore”.

Fondamentale fu anche il ritorno della viticoltura, concessa dal feudatario nel 1557 e che permise l’utilizzo di maggiore manodopera ed un rendimento economico decisamente più alto rispetto alla semplice produzione di grano. Nonostante ciò, l’intera economia era quasi del tutto asservita al feudatario che attraverso propri gabellieri e segretari, regolava il flusso delle merci. Non per nulla nel 1606 si registravano circa 3000 nullatenenti, praticamente il 50% dell’intera popolazione.

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Una nuova fase di sviluppo

Nel periodo che va dal 1693 ed il 1793, nonostante due eventi tellurici che misero in ginocchio gran parte della Sicilia centro-orientale, Terranova, risparmiata dal terremoto, arrivò a registrare nel 1755 ben 8557 abitanti. La metà del settecento segna anche la fine della grande depressione che aveva portato al crollo delle gabelle e dei taraggi, favorendo il commercio e la proprietà privata, non più del tutto asservita al feudatario.

In tale contesto nacquero nuovi armatori che promossero la costruzione di piccoli bastimenti per incentivare il commercio e aprire la città del Golfo alle nuove rotte del Mediterraneo. Tra le mete predilette vi è certamente Malta. Ufficialmente parte del Regno delle Due Sicilie sino al 1801, divenne protettorato inglese nel 1802 a seguito della cacciata delle truppe francesi di Napoleone.

Come ribadito, il grano era la produzione maggiore a Terranova, ma durante tutto l’arco del ‘700 si fecero strada nuove produzioni  tra cui il cotone, la salicornia ed il vino.

Le rotte commerciali

Il vino, la soda(prodotto di lavorazione della salicornia) ed il cotone vennero a costituire un’importante fonte di reddito. La soda era particolarmente ricercata dagli inglesi i quali ampliarono tale mercato a partire dal 1802 con l’occupazione di Malta. Il prodotto era inoltre ambito dai mercanti livornesi, veneziani e marsigliesi per la produzione di saponi. Terranova si trovò dunque al centro di un discreto circuito commerciale che permise l’arricchimento degli armatori che in quegli anni riuscirono a realizzare una flotta di tutto rispetto.

Per consentire un maggiore scambio di merci, in assenza di un porto, la città di Terranova decise la costruzione dei pontili in legno. Il primo venne realizzato all’altezza del caricatore (a poca distanza dal “moderno” porto rifugio”), il secondo sempre in legno in prossimità dell’attuale ex dogana.

TerranovaImportante risorsa fu anche il cotone. Prodotto già a partire dal medioevo, quasi del tutto scomparso nel XVI secolo, registra una forte ripresa della produzione a partire dalla metà del 1600. Ma è tra il 1700 ed il 1800 che ingenti quantità vengono prodotte ed esportate in tutto il Regno di Sicilia, Francia, e Regno Unito. Il cotone veniva coltivato con semenze provenienti da Malta perché ritenute di maggiore qualità. Seminato a Maggio, veniva poi raccolto tra settembre ed ottobre.

Scambi commerciali e culturali

E’ interessante sapere che nei registri doganali del XVI e XVII  secolo erano ancora presenti gli schiavi, i quali provenivano per gran parte dagli empori di Malta, per tramite dei mercanti veneziani. Il fenomeno andrà a decrescere dopo la metà del 1600 anche se in alcuni “bandi” di Terranova dello stesso secolo si proibiva ai proprietari di lasciarli erranti per le campagne.

Tra la fine del 1700 e gli inizi dell’800 si registra un ulteriore aumento degli scambi commerciali per via marittima. Nei registri di questi anni viene annotato il commercio delle spugne grezze e di alcuni prodotti dell’interno quali formaggi e noci.

Di particolare interesse il trasferimento di alcune famiglie maltesi a Terranova e viceversa, il che permise l’apertura di nuovi empori. Nonostante ciò, l’imperante presenza  del duca di Terranova sulle terre del feudo, limitava grandemente l’espansione economica. Proprio in questi anni si registrano un numero più elevato di contenziosi tra i giurati di Terranova ed il duca, con particolare riferimento all’utilizzo dell’acqua per l’irrigazione dei campi. Buona parte di questi contenziosi vennero vinti dal Duca che mantenne l’utilizzo dei canali principali.

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La fine del feudalesimo e di un’epoca

L’anno 1789 fu decisamente importante per Terranova. La città del Golfo grazie all’azione dei giurati e dei cittadini più illustri contro il duca Ettore Aragona Pignatelli Cortez, riuscì infatti a riscattarsi dal mero e misto impero, ponendo fine al feudalesimo, il quale limitò molto l’economia locale sino a quel tempo. La sentenza del Real patrimonio del 2 Aprile del 1789 poneva fine ad una contesa che durava da due secoli, inserendo Terranova nel demanio regio.

Il manoscritto proveniente dall’archivio della famiglia  Mallia intitolato “Dettaglia dello stato di Terranova” (Dufour-Nigrelli 1998) ci offre un quadro della vita economica della città dopo il riscatto ed il ritorno al demanio. A Terranova a quel tempo si producevano 3270 salme di grano, 830 salme di legumi, 300 salme di cotone e salicornia e 240 salme vigneti ed agrumi. A questi si aggiungevano 5500 bovini, 12500 pecore, 100 porci, 800 capre, 400 muli, 300 asini e 200 cavalli.

Terranova e l’Impero Britannico

Le vie di comunicazione interna erano praticamente inesistenti e difficoltose per i 400 carri registrati. Il documento non da notizia di naviglio ma ciò non toglie che ve ne fosse in quanto vi sono documentazioni dirette di qualche decennio prima che ci descrivono i rapporti commerciali con Siracusa e Malta.

Dalle notizie riportate da Liliane Dufour, medievista ed autrice di numerose pubblicazioni dedicate a Gela, conosciamo il manoscritto “Ceux de Terranova” opera del barone tedesco Von Riedesel, che descrive i bastimenti terranovesi e gli scambi commerciali con Malta. Egli fa anche un quadro demografico della città, descrivendo come la popolazione fosse raddoppiata nell’arco del XVIII secolo, raggiungendo i 13000 abitanti.

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Nel 1812, a seguito del governo inglese dell’isola, il Parlamento siciliano redasse una nuova costituzione eliminando i privilegi dei feudatari. Sempre nello stesso periodo Terranova venne eletta capoluogo di un distretto che comprendeva le città di Mazzarino, Butera, Niscemie Riesi.

In questo contesto l’economia della città si ampliò ulteriormente, in quanto unico porto del distretto e sede di scambi commerciali diretti verso l’Impero Britannico.

L’unità d’Italia e l’ingresso nell’epoca moderna

L’unità d’Italia segna alcuni particolari cambiamenti per la città del Golfo. Nel 1862 la città assunse la denominazione “Terranova di Sicilia” per distinguersi da altre Terranova presenti sul territorio nazionale, entrava inoltre a far parte di una provincia con capoluogo Caltanissetta. In questo periodo a determinare la vita politica ed economica della città del Golfo sono i ricchi possidenti iscritti alle liste elettive, coinvolti in gran parte nel commercio dello zolfo e del gesso. Questi prodotti vivacizzarono il commercio di Terranova, e nel 1873 il porto terranovese si classificò ottavo nelle esportazioni complessive siciliane con bel 112000 tonnellate.

Nel 1912, a seguito dell’aumento dei tonnellaggi in esportazione, si decise finalmente di costruire un pontile sbarcatoio, prima opera in calcestruzzo armato della città. Il pontile, tutt’oggi presente anche se in stato di decadimento, rappresentò per quasi un secolo un fondamentale punto di scambio per il commercio locale.

Giuseppe La Spina

Autore: Giuseppe La Spina

Giuseppe La Spina, dottore in archeologia, promuove da diversi anni una serie di iniziative per la promozione e valorizzazione del patrimonio storico, archeologico ed artistico del territorio di Gela. Dal 2013 è eletto Direttore del Gruppo Archeologico Geloi mentre nel 2016 è eletto segretario regionale dei Gruppi Archeologici d’Italia, organizzazioni con le quali promuove una serie di iniziative riguardanti il tema dei beni culturali in Sicilia.
Dal 2014 realizza una serie di pubblicazioni a seguito delle attività di scavo presso la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, attività di scavo subacqueo e recupero presso l’area di Bulala, attività di studio e ricerca nel territorio di Gela.
Nel 2014 viene nominato Direttore del Mediterranean International Centre of Studies, centro studi che svolge attività di ricerca, studio e scavo in ambito archeologico e convenzionato con diverse università europee ed enti preposti.
Dal 2015 collabora con diverse testate giornalistiche e riviste attraverso la pubblicazioni di articoli avente come tema la salvaguardia e la conoscenza del patrimonio archeologico.
Nel 2016 è autore della scoperta della “Pietra Calendario” di contrada Cozzo Olivo, un orologio solare risalente all’età del bronzo. La scoperta è stata confermata nel Marzo del 2017 dall’Istituto Nazionale di Astrofisica.

Produzione e commercio in Terranova tra il XVI ed il XIX secolo ultima modifica: 2017-09-05T11:32:47+00:00 da Giuseppe La Spina

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